Nel mezzo del cammin di nostra vita, lui disse: “Torno da mia madre”

È successo d’estate, era ora di cena e avevo fatto il pesce al forno con le patate. Spigole, mi pare. Lui ha parlato d’un fiato come se da giorni si tenesse tutto il respiro da parte per quel momento. Ha detto che il pesce era molto buono ma che noi non eravamo più felici insieme e dovevamo andare ognuno per la sua strada. È così che ho sentito quella frase che credevo fosse solo un cliché da film di Muccino su trentenni confusi. Non avrei mai pensato di sentirla nella vita reale, tanto meno la mia:

Torno da mia madre.”

Avevo 34 anni e quella era la fine di una storia lunga quasi metà della mia vita con un uomo che avevo sposato per ben due volte in due diversi continenti.

Al mio primo risveglio da single di ritorno dopo una notte praticamente insonne, mi sono aggirata per la casa senza saper che fare. Poi mi è venuta un’idea: “quasi quasi adesso piango”.

E così ho pianto. Per essere precisa, quello non è stato proprio piangere. È stato più squassarmi e sussultare e singhiozzare senza ritegno e accartocciarmi sulla pancia e poi sulle ginocchia e poi sulle caviglie. Alla fine mi sono ritrovata stesa in terra davanti al letto senza più fiato né lacrime.

Quando ho finito di piangere, mi sono asciugata gli occhi e il naso con la manica del pigiama (ci fosse mai un fazzoletto quando ti serve), ho respirato profondamente e ho preso una decisione ferma e irrevocabile. Ho deciso che non sarei andata in pezzi.

Quando ripenso alle prime ore della mia separazione, mi colpisce come, nel mezzo dell’esperienza più dura e difficile della mia vita fino a questo momento, io sia stata incredibilmente lucida e determinata a non farmi spezzare da quel dolore.

Sono stata pervasa da una specie di senso di responsabilità verso me stessa e verso la mia vita, con la consapevolezza che solo io mi potevo aiutare.

Non che non si fosse alzato un muro d’amore e d’amicizia intorno a me, anzi. In quel momento ho scoperto con meraviglia e gratitudine quanto mi erano amici i miei amici, quanta forza potesse darmi la mia famiglia, quante persone mi volevano sinceramente bene ed erano pronte a tendermi una mano. Sapevo anche con chiarezza, però, che se molte mani potevano tendersi verso di me e darmi confortanti pacche sulla spalla, ce n’era una sola che poteva tirarmi su e fuori dal fosso: la mia.

Così ho deciso di essere una buona amica per me stessa, mi sono concessa lacrime e autocommiserazione quando ce n’è stato bisogno ma mi sono anche data un sonoro calcio nel sedere al momento giusto.

E come fa una buona amica, in quel momento così difficile mi sono fatta un regalo, l’unico che sapevo mi avrebbe fatto tornare a sorridere: mi sono regalata un viaggio.

È così che inizia questa storia, da un viaggio che mi ha curata, che è stato una terapia, che mi ha permesso di superare le mie paure e scoprire che sono più forte di quello che credo. Un viaggio durante il quale ho capito di essere irrimediabilmente, incurabilmente, follemente innamorata del mondo e della vita, qualunque cosa accada, chiunque entri ed esca dal mio cammino.

Mentre cadevo ho aperto le ali e ho imparato a volare. Una caduta spaventosa è diventata un bellissimo volo.

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