Prima arrampicata in parete: goditi il paesaggio

L’ho fatto: ho affrontato la mia prima arrampicata in parete. Finite le quattro lezioni del corso di arrampicata base in palestra, con gli istruttori e i ragazzi del gruppo siamo andati alla Falesia Santuario della Pietrina a San Vivaldo, in provincia di Firenze, per arrampicare per la prima volta in natura.

Per essere la prima domenica di dicembre c’era un bel sole caldo, una giornata perfetta per una prima arrampicata in falesia. C’erano altri gruppi di persone ad arrampicare, l’atmosfera era allegra e spensierata.

Volevo essere allegra e spensierata anch’io, quindi cercavo di fregare l’ansia con un’infallibile tecnica di training autogeno: focalizzavo l’attenzione sulla focaccia alla mortadella che avevo nello zaino e che avrei mangiato se fossi sopravvissuta all’impresa. Dovevo farcela: era questione di vita o di mortadella.

Sono stata la prima a salire. Ho indossato le mie scarpette nuove di pacca (Tarantula La Sportiva, €79 prezzo pieno). Ho infilato l’imbracatura fingendo non chalance. Ho imbiancato le mani con la magnesite come quelli veri. Mi sono assicurata alla corda chiedendomi dov’era la mia mamma e perché non veniva a prendermi subito.

Veronica, l’amica che avevo trascinato al corso con me, mi faceva sicura. Fare sicura vuol dire tenere in mano la corda a cui è appesa la vita di chi arrampica. A coadiuvare la mano, comunque, c’è una carrucola detta gri-gri. La corda viene passata al suo interno, il meccanismo è simile a quello della cintura di sicurezza: se la corda viene strattonata, il gri-gri la blocca e le impedisce di scorrere. Mentre chi arrampica sale, chi fa sicura deve recuperare la corda in modo che questa sia sempre tesa. Quando chi arrampica scende, chi fa sicura deve cedere corda lentamente.

Ho guardato Veronica e ho pensato: chissà se ora si vendica perché l’ho coinvolta in questa attività faticosa e perigliosa e mi butta di sotto? Ma lei mi ha sorriso, non mi è parso di scorgere sete di vendetta nel suo sguardo.

prima arrampicata in parete

Ho iniziato a salire. L’istruttore mi dava indicazioni su dove mettere mani e piedi. 

“Metti il piede là dove c’è quella sporgenza.”
“Dove?”
“Quella sporgenza lì a forma di zoccolo di gnu.”
“Non conosco lo gnu, conosco lo zoccolo di gnu?”
“L’altro mettilo là nella rientranza, in basso.”
“Quale rientranza?”
“Quella rientranza lì a forma di vertebra di moffetta!” 

(Aldo e Giovanni, Tre uomini e una gamba)

E così, vertebra di moffetta dopo zoccolo di gnu, ho fatto la mia prima scalata di livello 4C (facile) fino in cima.

prima arrampicata

La seconda via era di livello leggermente più alto, 5B. Mi ha messo più in difficoltà ma mi ha dato anche più soddisfazione. Era una sfida tra la forza di gravità e quella delle mie gambe e delle mie braccia. Ogni metro che guadagnavo verso l’alto era un punto per me. Potevo sostenere il peso del mio corpo con muscoli che fino a quel momento non sapevo nemmeno di avere. Potevo fissare un punto lassù, decidere di arrivarci e poi arrivarci davvero, mettendo a tacere la solita vocina di dentro che diceva “Non ce la farai mai.”

Invece ce l’ho fatta. Tiè.

La lezione di vita è arrivata in cima. Quando ho toccato la catena – punto apicale della scalata – il primo e unico pensiero è stato tornare giù. Ho dato il segnale che ero pronta a scendere, ma l’istruttore mi ha detto: “Sei arrivata fino a lassù e non guardi nemmeno il paesaggio?”

Cavolo. Avevo fatto tutta quella fatica, mi ero sbucciata le mani per arrivare fin lì e una volta arrivata non mi ero presa nemmeno un istante per godermi il mio successo. Ero salita fin lassù soltanto per mettere una spunta alla voce prima arrampicata in parete? Per dire “Fatto”?

Mi sono fermata e ho girato lo sguardo tutto intorno. Il verde delle colline toscane con il loro profilo morbido e rotondo si distendeva a perdita d’occhio sotto di me, non mi raggiungeva più nessun rumore, nemmeno le voci di quelli sotto di me. Ero in alto, ma non come si sta in alto su una ruota panoramica o sul tetto di un grattacielo. Ero in alto in un altro modo, ci ero arrivata da sola, con le mie mani e i miei piedi, soltanto con l’aiuto di quello zoccolo di gnu.

panorama toscana

E così ho portato a casa questo insegnamento: non si tratta di tagliarlo, il traguardo. Si tratta di sentire la salita, superare la fatica, battere la paura di non farcela o cadere, guadagnarsi ogni metro e poi godersi la vetta, starci seduti sopra per un po’, ammirare il paesaggio. Si tratta di imparare a fermarsi per vivere il momento, senza guardarsi indietro e senza fretta di andare oltre. Anche se giù, nello zaino, c’è una focaccia alla mortadella.

Prima arrampicata in parete: informazioni utili per principianti

  1. Anche se tutti gli indizi suggeriscono diversamente, non morirai.
  2. L’imbracatura regge. È fatta apposta.
  3. I moschettoni possono reggere te e 15 lottatori di sumo.
  4. Il tuo istruttore non è un sadico folle, anche se insiste che tu vada su per una parete verticale alta come un palazzo di cinque piani.
  5. Le scarpette fanno male? Non preoccuparti: quando inizierai a salire ti faranno male tante altre cose e non ci penserai più.
  6. Non è necessario un abbigliamento tecnico specifico, bastano indumenti comodi e pantaloni morbidi o leggings. 
  7. Se ti viene meno la motivazione, metti pane e mortadella nello zaino e vietati di mangiarlo fin quando non avrai completato la tua prima arrampicata in parete. Funziona, testato.

corso arrampicata

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