4 lezioni sulla vita che ho imparato facendo immersioni

Fino a qualche tempo fa, non avevo mai preso in considerazione l’idea di fare immersioni.

Fino a qualche tempo fa, c’erano un sacco di idee che non avevo mai preso in considerazione. Le avevo semplicemente archiviate con l’etichetta non fa per me.

Poi un giorno ho detto due parole. Due parole semplici, ma dal potere magico: Perché no?

“Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante.” (Lucio Battisti)

Quel giorno, ho strappato via tutte le etichette dalle cose che potevo fare e non fare, essere e non essere, diventare e non diventare. Ho rimesso in gioco tutto. Ho rimesso in gioco me stessa. Ho iniziato a dire sì a un sacco di esperienze nuove.

Fare un’immersione, per esempio. Anzi, non farne solo una, ma prendere il brevetto sub.

Detto fatto. Il potere di dire sì è che una volta che l’hai detto il grosso è fatto. Questa è la prima lezione sulla vita che ho imparato facendo immersioni subacquee.

Fare immersioni subacquee per la prima volta: le lezioni che ho imparato

1. La paura nasce dall’ignoranza

Il pensiero di scendere sott’acqua e respirare da una bombola era piuttosto inquietante per me.

E se la bombola è difettosa? E se l’aria al suo interno è contaminata? E se la pressione mi perfora un timpano? E se mi viene un attacco di panico e risalgo in superficie troppo in fretta?

Calma e leggiti il libro. Al primo giorno di corso di sub, il mio istruttore Wolfgang mi ha consegnato un pratico manuale PADI che conteneva tutte le risposte alle mie domande ansiogene sulle immersioni.

Ho imparato, ad esempio, che per risalire da una profondità di 18 metri basta un minuto e mezzo. Ho scoperto che noi umani non siamo il piatto preferito di uno squalo. Ho appreso che esistono una serie di gesti e procedure di sicurezza che prevengono e mettono al sicuro i sub da ogni ipotetico scenario di pericolo. Ho capito che si devono valutare le proprie capacità e la propria esperienza per stabilire cosa si può fare in sicurezza e cosa è un azzardo.

Lezione sulla vita numero 1

Le mie paure spesso sono infondate, basate su preconcetti o alimentate da certi film degli anni ’80. Per neutralizzarle mi basta informarmi, conoscere, essere preparata.

2. Il pericolo è dentro di me

Durante una delle prime immersioni con l’istruttore, la mia maschera si è appannata. Ho eseguito la manovra che Wolfgang mi aveva insegnato: ho scostato la maschera dal viso facendo entrare l’acqua, l’ho fatta nuovamente aderire, ho fatto scorrere l’acqua sulla lente e poi ho premuto il dito sulla parte alta della maschera soffiando aria dal naso per svuotarla.

L’acqua però non è uscita completamente e – tragedia – mi sono entrate due o tre gocce d’acqua nel naso. Quando ho sentito che respiravo acqua mi sono agitata, ho di nuovo soffiato dal naso spingendo in alto la maschera. Agitandomi e muovendomi senza controllo ho perso l’assetto, ero in piedi come un pinguino sul fondo del mare, a tre metri dalla superficie.

Ho guardato Wolfgang disperata e gli ho fatto segno con il pollice verso l’alto, che nel linguaggio dei sub vuol dire “Dobbiamo salire subito, sto per morire affogata dentro la mia maschera!”

Wolfgang non si è mosso, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha fatto il gesto con la mano aperta che nel linguaggio dei sub significa: “Smettila di fare tutto ‘sto casino e datti una calmata. Eh?”

Quella mano sulla spalla e la certezza nel suo sguardo che non stavo per annegare nella maschera mi hanno istantaneamente tranquillizzata. Mi sono resa conto che potevo respirare normalmente e che quel millilitro d’acqua nella maschera non metteva a repentaglio la mia vita.

A tre metri di profondità, sarei potuta risalire in superficie immediatamente senza rischi, ma se fossi stata sotto a trenta metri, quella perdita di controllo mi avrebbe messa in pericolo. Per questo Wolfgang non mi ha lasciato risalire: per insegnarmi che il panico va domato, perché è una minaccia molto più grande di due gocce d’acqua che entrano nel naso.

Lezione sulla vita numero 2

Molte volte, quando ho paura, il vero pericolo è la paura in sé. La paura mi fa dubitare di me stessa e mi fa perdere di vista la soluzione più semplice. La paura può  spingermi a gettare la spugna e farmi perdere belle occasioni. Quando ho paura, in qualunque situazione della vita, devo pensare a quella mano sulla spalla che mi dice “va tutto bene”. E godermi l’avventura. 

3. L’importante è respirare

A largo dell’isola corsa di Lavezzi c’è la secca delle cernie. Le isole corse fanno parte di una grande riserva marina protetta. Le cernie, qui, non vengono pescate, vivono placide e tranquille e sono abituate alla presenza innocua dei sub. È un sito molto bello per fare immersioni, l’unico problema è che si trova nel bel mezzo delle Bocche di Bonifacio, uno dei posti più ventosi e tormentati del Mediterraneo.

Calarsi dal gommone in acque agitate non è proprio una passeggiata. Dovevo tenermi alla cima per non essere trascinata via dalla corrente, risalire fino alla prua nuotando supina e lì iniziare la discesa lungo la cima dell’ancora.

Mentre risalivo la cima verso la prua nuotando sul dorso, le onde mi coprivano, bevevo acqua. Il gommone veniva sballottato su e giù e la cima a cui ero attaccata mi strattonava. Non riuscivo a raggiungere la prua ma anche risalire sul gommone mi sembrava impossibile.

Ho sentito di non farcela. Ho pensato che tutta questa faccenda di sfidare se stessi e superare i propri limiti mi stava facendo fare cose stupide e al di fuori della mia portata. Ero una pivella in mezzo a un gruppo di sub esperti che adesso avrebbero dovuto occuparsi di me, trovare il modo di ributtarmi sul gommone o portarmi appresso come una zavorra.

Mentre facevo tutti questi pensieri auto-vessatori e mi ripetevo “non ce la faccio”, avanzavo lungo la cima pinneggiando a pancia in su. Mi sentivo scoordinata e scomposta come il bacarozzo di Kafka. Alla fine, senza quasi accorgermene, ho raggiunto il punto di immersione.

Lì mi sono fermata, ho sgonfiato il gav e ho iniziato la discesa. Sotto la superficie era un altro mondo: non c’erano onde a sballottarmi, i rumori erano ovattati, i movimenti lenti.

Ho controllato il livello dell’aria, ne avevo consumata molta mentre ero ancora in superficie. Colpa dell’agitazione. Adesso dovevo solo ritrovare il ritmo regolare del mio respiro, riprendere il controllo della mia mente e godermi la compagnia delle cernie. Dovevo preoccuparmi di una sola cosa: respirare tranquillamente.

Lezione sulla vita numero 3

Pensare “non ce la faccio” non serve a niente. Nelle situazioni difficili, basta che mi tenga salda a una cima, a una certezza, all’idea che tutto andrà bene. L’importante è respirare.

“My head’s underwater but i’m breathing fine” (John Legend, All of me)

4. Nessuno si salva da solo

Una delle prime cose che impari quando fai il corso sub è che le immersioni non si fanno mai da soli. Bisogna sempre essere in due e si è responsabili l’uno dell’altro. Si chiama Buddy System ed è una procedura per cui a ogni sub, anche in un’immersione di gruppo, viene assegnato un compagno.

I due buddy devono reciprocamente controllarsi l’attrezzatura prima della discesa in acqua e non perdersi mai di vista durante l’immersione. Se uno dei due è in difficoltà, l’altro deve capire cosa non va e agire di conseguenza. Se il tuo buddy è a corto d’aria, ad esempio, devi dargli il tuo erogatore di emergenza e insieme dovete iniziare la risalita. I due buddy devono restare sempre insieme. Se uno dei due ha necessità di anticipare la risalita, deve tornare in superficie anche l’altro.

Lezione sulla vita numero 4

In certi momenti difficili ho stretto i pugni e pensato che dovevo farcela con le mie forze. La verità è che ho bisogno di qualcuno che sia lì, che mi lasci nuotare per conto mio ma che non mi perda mai di vista, che mi passi il suo erogatore di emergenza se ne ho bisogno. Io farò altrettanto. Nessuno si salva da solo.

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