Cos’hanno in comune Chicago e la fine di un amore

Chicago è una città di una bellezza assoluta, densa e appagante. Naturalmente non è questo che l’accomuna a una separazione, che nella maggior parte dei casi invece fa abbastanza schifo.

Chicago è stata il teatro della più grande catastrofe accaduta negli Stati Uniti nel XIX secolo, un incendio che l’ha devastata fino all’ultima panchina, passato alla storia come il Grande Incendio di Chicago (Great Chicago Fire). Comincia a cogliersi l’analogia, adesso?

Nell’ottobre del 1871, Chicago bruciò per tre giorni e tre notti. Non si sa con certezza cosa scatenò il fuoco, quello che è certo è che una città la cui quasi la totalità degli edifici era costruita in legno era il braciere perfetto per un gran bel falò.

Alla prima chiamata, i pompieri presero la cosa sotto gamba. “Ma sì, quello è il fumo dell’incendio di ieri, andiamo a dormire.” Ora, non per generalizzare, ma questo è il tipico atteggiamento maschile di non voler guardare in faccia i problemi. Si sa che ai tempi quello del vigile del fuoco era un mestiere da uomo, ci metto la mano sul fuoco che non ci fosse una donna in caserma. Se ti dico che dobbiamo parlare, dobbiamo parlare. Se ti dico che questa città è di paglia e legno e c’è puzza di fumo, dobbiamo capire insieme da dove viene quel fumo. E invece no, tu ti giri di là e dormi.

Quando i pompieri finalmente capirono che c’era davvero un incendio, presero le pompe e uscirono fuori a fare gli eroi della situazione, solo che andarono dalla parte sbagliata. Un classico, perché se le cose non le affronti per tempo l’incendio poi divampa e non ci capisci più niente. Il fumo, il caldo, le urla, le fiamme sempre più alte, non sai più dove andare, cosa dire, come metterci una pezza.

A quel punto tutti cercarono di darsela a gambe, ma il sindaco non ci stette, mise la città sotto legge marziale e disse “Adesso nessuno si muove di qui finché non risolviamo questo casino.” E allora stettero ore, giorni, nottate intere svegli a cercare di salvare il salvabile ma niente, ormai non c’era più niente da fare. L’incendio aveva devastato tutto, il fumo era così spesso che non ci si riusciva neanche più a guardare in faccia, le voci erano diventate roche a furia di urlare.

Come on, baby, light my fire, try to set the night on fire (The Doors)

Alla fine, il sindaco e i vigili del fuoco, tra accuse reciproche e recriminazioni, poterono solo aspettare che il fuoco si spegnesse da sé per constatare le perdite, centoventicinque morti e sei chilometri quadrati di città ridotti in cenere.

Bel disastro, guarda qua cosa abbiamo combinato. Dopo tutti questi anni ci resta solo carbone e fuliggine.

Ma questa storia ha un happy ending: siamo in America, gente. Dell’America si può dire tutto, tranne che non sappia rinascere dalle sue ceneri come l’araba fenice. È inutile piangere sul latte versato, su una città di cui non è rimasto in piedi nemmeno un lampione o su un cuore infranto. Bisogna ricostruire. Anzi, sai che ti dico? Guarda quanto bello spazio libero.

Quante cose belle potrei farci con tutto questo spazio libero che il fuoco ha ripulito da baracche ed edifici vecchi e fatiscenti? Cosa potrei farmene di tutti questi giorni davanti a me, pagine bianche tutte da scrivere o su cui disegnare progetti? Quale nuova versione di me potrei diventare?

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Tanto per cominciare, qui ci costruirò il palazzo più alto del mondo, l’Home Insurance Building, così alto da grattare il cielo. Sarà il primo nel suo genere, lo chiamerò “grattacielo”. Poi per ricostruire chiamerò a raccolta tutti gli architetti più fighi d’America che insieme fonderanno un nuovo movimento architettonico, la Scuola di Chicago. Per la ricostruzione non userò il legno ma materiali moderni e innovativi come l’acciaio e il cemento, perché se scoppia un altro incendio stavolta sarò pronta.

Sarò una città bellissima e moderna, piena di vita, che guarda al futuro senza dimenticare la lezione che ha imparato. Chi mi visiterà, non vedrà le cicatrici dell’incendio che mi ha distrutta una volta, vedrà soltanto una città scintillante come il suo lago, forte come l’acciaio e fuori dalle righe come il jazz.

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Siamo tutti stati Chicago una volta nella vita. Qual è la tua storia di distruzione e rinascita?

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